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Santa Maria del Taro, a vederla così, in fondo all'alta e stretta
valle del fiume si direbbe nient' altro che un piccolo borgo
montano tutto dedito all'agricoltura.
E' curioso invece scoprire che, unico
forse tra i tanti paesi vicini, Santa Maria del Taro ebbe e ha
tuttora una vocazione artigiano-industriale. Già alla fine
dell'800, il cav. Henry De Thierry, agente di una società inglese,
aveva acquistato gran parte del territorio del Monte Penna per
utilizzarne le risorse naturali, in particolare le miniere di rame
e le foreste di faggio. De Thierry fondò nel paese una società
commerciale che aveva come scopo principale quello di sfruttare
intensamente il faggio e i suoi derivati, infatti il nome della
ditta era: "Soc. Acetati e Derivati". La fabbrica produceva alcool
metilico, che serviva per la confezione di vernici; acetato di
calce, che a sua volta dava luogo ad acido acetico per le tintorie
ed acetone per la fabbricazione della polvere bianca utilizzata
per le armi da fuoco. Inoltre si ricavava catrame e molto carbone
di legna. Il cav. De Thierry, attivò lo sfruttamento delle miniere
di rame, impiantò una teleferica lunga parecchi chilometri che dal
Monte Penna arrivava direttamente a Santa Maria del Taro;
entrarono, pure, in funzione grandi segherie e una moderna
lavorazione del legno. Il Penna era dunque ed è ancora oggi la
fonte di vita per gli abitanti del paese.
La sua faggeta millenaria ne circondava la sommità, la cui punta
aguzza rappresentava il Dio Pennino adorato dagli antichissimi
liguri.Se un tempo dunque il Penna era considerato una divinità, il
faggio che cresceva sui suoi fianchi, era il suo profeta. Questa
pianta fu sempre il simbolo vivo di questa montagna e del paese che
era sorto ai suoi piedi lungo il primo corso del Taro, anche lui
nato dal Penna. Oggi il faggio continua ad essere l’emblema della
laboriosità di Santa Maria del Taro. Con questo legno si
costruiscono centinaia, migliaia di sedie artistiche. Alle antiche
industrie chimiche si è infatti sostituita una moderna fabbrica che
produce sedie note in tutto il mondo come “chiavarine”,
“parigine”e “campanino”. Fu infatti a Chiavari, cittadina della
riviera ligure, un paio di secoli fa, che un ingegnoso falegname di
nome Campanino, cominciò a costruire sedie dalle caratteristiche
inconfondibili. Ancora oggi questo tipo di sedie sono prodotte a
Santa Maria del Taro e conservano le caratteristiche di un tempo:
leggerezza, robustezza ed eleganza. Inoltre si sono aggiunte forme
nuove e moderne che servono a mantenere alta e viva la fama di
queste fabbriche. Nello stabilimento si lavora, oltre il faggio,
anche l’acero, il noce e il ciliegio. Le fabbriche di seggiole sono
una delle vere attrattive e particolarità del piccolo borgo
montano, ma non è la sola. Un'altra risorsa offerta dall'ambiente è
il suggestivo paesaggio che offre il fiume Taro il quale, nasce da
una greppia muscosa sotto la fitta faggeta della foresta demaniale
del Penna. Nella parte alta del suo percorso, ha un andamento
irregolare e il suo letto è cosparso di ciottoli e scogli; si
allarga poi, fuori dal paese in un ruscello dalle rive fiorite.
Queste caratteristiche devono aver
affascinato gli antichi liguri della zona, infatti la parola Taro,
in dialetto "Tà", è presente nel dizionario di lingua celtica e sta
a significare: "indocile, turbolenta, impetuoso".
Inoltre, il suo letto irregolare, favorisce lo svolgersi di gare
di canoa. La corrente impetuosa del Taro è l'ambiente ideale della
Trota Fario, preda molto ambita dei pescatori che convergono qui da
tutta la provincia... non a caso Santa Maria del Taro è definita
“la perla dell’alta Val Taro”!
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