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Testi e foto di
Mauro
Delgrosso
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Mondo Binacchi, il suo
cartellino di riconoscimento nel campo di Bremen |

Mondo Binacchi, Alpino,
classe 1915 |

Mondo Binacchi, il suo
cartellino di riconoscimento nel campo di Bremen |

Claudio, Roberto, Mondo e
Domenico Gavaini |

Mondo Binacchi, Alpino,
classe 1915 |

Claudio, Roberto, Mondo e
Domenico Gavaini |

Immagini del passato: in
ospedale, a Castglion Fiorentino |

Mondo Binacchi, Alpino,
classe 1915 |

Immagini del passato:
fronte albanese |

Il cappello originale
dell'8° Tolmezzo |

Mondo e il figlio Roberto |

La ferita alla gamba, dopo
60 anni |

Immagini dal passato |

Mondo |

Immagini dal passato |

Immagini dal passato |

Mondo racconta |

Immagini dal passato |

Immagini dal passato |

Mondo racconta |

Immagini dal passato |

Immagini dal passato |

Mondo racconta |

Immagini dal passato |

Immagini dal passato |

Mondo racconta |

Immagini dal passato |

Immagini dal passato |

Mondo racconta |

Immagini dal passato |

Immagini dal passato |

Mondo nel suo forno |

Immagini dal passato |

Immagini dal passato |

Mondo in Via Nazionale, al
Borgo |

Immagini dal passato |

Immagini dal passato |

Mondo, 1940 |

Immagini dal passato |
Testi e foto di
Mauro
Delgrosso
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Mondo Binacchi
Alpino, classe 1915: quattro fronti, una ferita grave, 22 mesi di
prigionia in Germania. Un conflitto che lo ha tenuto per sette anni
lontano da casa. Un uomo che, insieme a tanti altri, ha ricostruito
Borgotaro e l'Italia, dopo il disastro della guerra. A lui e a molti
altri, dobbiamo molto.
Una storia, una
miriade di episodi,
che potrebbero tranquillamente comporre la trama di un film
neorealista. Racconti come quello sulla torta di Natale 1943, o quello
relativo al rischio della fucilazione per il furto di 83 patate,
rubate per non morire di fame
L'incontro
magico
con una splendida
persona, esempio di grande umanità, di grande coraggio e di saggezza.
Una persona che raramente si ha la fortuna di incontrare e di
conoscere. |
Rischiare la
fucilazione per 83 patate, rubate in campo di concentramento, per poter
sopravvivere alla fame, per poter tirare avanti. Le patate, l'unica e
ossessiva fonte di sostentamento per mesi, per anni. Graziato dalla bontà
d'animo di un anziano secondino tedesco, anche lui sconvolto e coinvolto in
una guerra non sua. Questo, e tanti altri avvenimenti, mi ha raccontato
Edmondo, "Mondo" per tutti qui al Borgo, Binacchi. Ci vorrebbe un libro per
scriverli tutti, un film per raccontarli.
Il suo viso bonario e vissuto me lo ricordo fin da bambino, quando, andavo a
prendere la focaccia calda nel suo forno. Ancora oggi, a metà mattinata, un
salto nel suo negozietto, ancora oggi tenuto da figli e nipoti, non me lo
impedisce nessuno. Era tanto che la sua figura mi incuriosiva; l'universo di
esperienze, che i suoi occhi profondi esprimono, mi attraeva.
Grazie alla sua pazienza e a Domenico Gavaini, il capogruppo
dell'Associazione Alpini di Borgotaro, sono riuscito a passare qualche
preziosa ora con lui, ad ascoltarlo; insieme abbiamo ripercorso con la
memoria alcuni episodi del suo passato.
Il suo racconto del Natale 1943, nel campo polacco di Deblin, ti stringe il cuore; pensate, con una guerra
appena perduta, prigioniero in Germania, con una "razione" giornaliera di
soli 250 grammi di pane, un cucchiaio di zucchero, uno di marmellata e di
margarina, l'alpino borgotarese e i suoi compagni sono riusciti a mettere
via qualcosa, giorno per giorno, pensando a momenti migliori. Fino al giorno
di Natale del 1943: Mondo si alza presto, come tutti i giorni; stacca un
asse da una branda, sopra impasta un po' di farina rubata nella mensa da un
suo amico, vi aggiunge i pochi ingredienti gelosamente nascosti nella cenere
per giorni; con una specie di sfoglia e con gli avanzi di poche rape rosse
mescolate alla poca marmellata, vi scrive sopra "Buon Natale". Il fondo di
una vecchia latta fa da teglia, il camino alimentato a carbone é il forno.
Mentre racconta, mi ripete: "mi son un furnar, ma so fa anca al pasticcere".
E qui il racconto di Mondo si vela di lacrime: in pochi di quelli che
mangiarono in allegria la sua misera torta di Natale, sopravvissero alla
furia degli eventi. Ma almeno per pochi istanti, poterono percepire ancora
cos'era la solidarietà, la serenità e la speranza. Anche in campo di
prigionia, anche se in condizioni misere, quando un uomo si ricorda di
essere uomo, riesce a trovare la sua dignità e sa ancora cos'é la
solidarietà.
Ma andiamo con ordine: seconda guerra mondiale, divisione Julia, 8°
reggimento Alpini, Battaglione Tolmezzo. Mondo deve lasciare la madre vedova
e, insieme ad un altro fratello, parte per il fronte albanese. Probabilmente
la sua famiglia paga il fatto che suo padre, Liberato Binacchi da Suzzara,
era un dichiarato anifascista. La sua epopea comincia con la ferita sul
fronte greco; dopo una maldestra avanzata nella neve, a 2200 metri
d'altezza: circondato insieme ai compagni, si vede costretto a ripiegare e,
nel tentativo di conquistare un'altura, passando in una zona allo scoperto
da ripari, viene ferito gravemente ad una gamba; tanti suoi compagni hanno
la peggio, colpiti senza pietà dalle mitragliatrici. A braccia, in mezzo
alle granate e agli spari, in mezzo alla neve alta, dopo ore di marcia,
viene portato al riparo e medicato. Da Valona viene portato in Italia,
nell'ospedale militare di Firenze. Qui viene curato male: un nido di
pidocchi gli si infila nel gesso e gli divora parte della gamba colpita: una
menomazione che lo segnerà per la vita, ma sarà anche la sua fortuna; forse
per questo é ancora vivo. Infatti, appena ristabilitosi, ancora malconcio ma
zoppo, viene destinato al fronte jugoslavo, evitando di essere spedito con
l'ARMIR in quel macello che si chiama Russia. Qui il battaglione Tolmezzo
pagherà un tributo di vite altissime: quasi tutti morti, durante la
terribile ritirata.
In Jugoslavia, sotto il comando del Gen. D'Amico, viene raggiunto
dall'armistizio del 8 settembre 1943: il Generale comanda la guarnigione di
Ragusa e Mondo é il suo attendente; secondo il racconto di Binacchi, il
Generale aveva preso prigionieri tutti i tedeschi presenti e stava trattando
la loro consegna agli alleati; uno strano e misterioso incidente
automobilistico causa la sua morte e i ruoli dei soldati si invertono: i
prigionieri diventano aguzzini.
Da allora, fino alla fine della guerra, l'Alpino Mondo si trasforma nel
"prigioniero Mondo". Un altro internato, piccolino e furbetto, unisce la sua
sorte a quella del borgotarese: Santolamazza Francesco di Castelmadama,
Roma, fanteria. Resteranno amici anche dopo la guerra, per sempre uniti da
quello che passarono e superarono insieme. Mondo ripete più volte; "E
pensare che quel piccoletto, romano, appena conosciuto mi stava anche
antipatico: voleva la mia branda e io ero più grosso di lui"; "era furbo,
intelligente e mi ha salvato la vita tante volte. Non ci siamo mai più
separati, siamo diventati come due fratelli".
I due ne passano di tutti i colori: attendenti in un campo di prigionia per
ufficiali italiani (33 uomini che servivano 12.000 ufficiali!), becchini in
un campo di malati di TBC, braccianti nelle campagne olandesi, operai nelle
fabbriche di Essen e di Bremen a costruire sommergibili.
Tra un bombardamento alleato e l'altro, malnutriti, maltrattati (sotto le
bombe non avevano diritto ai rifugi antiaerei), picchiati; di notte
impegnati a fuggire dalle baracche per andare a rubare un po' di cibo nelle
campagne, sempre a rischio della vita. Eroi della sopravvivenza, della
volontà del vivere, nonostante la disperazione che li circondava. Sempre con
nel cuore l'Italia e il senso di patria. Ne' con la Repubblica di Salò, la
scelta più facile per gli internati, ne' con i disertori allo sbando. Ha
continuato a servire la Patria da Alpino, da soldato anche se prigioniero,
rispettoso della divisa che portava. La scelta più difficile, quella più
rischiosa.
Finita la guerra, salvata la vita, tornato a casa, con niente in tasca, ha
ricostruito, insieme a tanti volenterosi, l'Italia in cui viviamo; abbiamo
la memoria corta, a volte ci comportiamo indegnamente nei confronti di
persone come Mondo: dimenticandolo, dimenticando i suoi sacrifici e le tante
vite distrutte. Non bisogna scordarlo mai.
Mondo Binacchi, un uomo buono, buono come il pane che ha sfornato per tutta
una lunga vita, dopo una lunga guerra.
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