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Poschiavo 1998. A conclusione
del centenario di Elisabetta (Sissi) d'Austria, ci pare giusto occuparci
anche di Luigi Lucheni (o Luccheni), che di solito viene liquidato con
poche parole e la definizione di "anarchico italiano". Le pochissime
biografie valide di Elisabetta danno qualche dato in più sull'uomo che
cent'anni fa la assassinò a Ginevra, ma in genere si limitano al periodo
immediatamente precedente o posteriore al fattaccio che gli diede
esecrabile fama mondiale. E forse Lucheni non merita più spazio, perché la
sua decisione di uccidere Elisabetta fu frutto soltanto della fatalità. Il
suo non fu un assassinio mirato come quello di Bresci, che due anni dopo
uccise a Monza il re d'Italia Umberto I. Lucheni uccise Elisabetta solo
perché lei si trovò sulla sua strada ed era un personaggio abbastanza
ricco e famoso da assicurargli notorietà mondiale. Un pò di confusione
sulle sue origini deriva anche dal fatto che fu concepito in un lembo
d'Emila incuneato tra Liguria (qualche biografo di Sissi lo definisce
ligure) e Toscana. Dei genitori, l'unica conosciuta é la madre Luigia
Lacchini di Albareto, che faceva la bracciante
o la serva presso una ricca famiglia locale. Ingravidata da qualcuno del
posto, la Lacchini si traferì a Parigi per la vergogna e qui diede alla
luce Luigi nel gennaio 1873. Per calcolo della madre o errore di
trascrizione, il cognone di Luigi divenne Lucheni (o Luccheni), ma per
l'Ambasciata d'Italia risultò comunque figlio di
ignoti. |
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La Lacchini lasciò l'infante in un
orfanatrofio parigino e si trasferì in America. Qui si rifece una vita
sposandosi con un barista di S. Francisco e dimenticando completamente il
figlio italiano. Per interessamento di ignoti (il padre?), il piccolo
Luigi venne poi richiamato nella sua provincia di origine, dove crebbe
prima in un orfanatrofio e poi presso alcune famiglie della zona,
ricevendo pare una buona educazione. Dopo aver lavorato (poco più che
bambino!) alla costruzione della linea ferroviaria Parma-La Spezia, Luigi
iniziò a girare per l'Europa e a lavorare qui e là. Arruolato
nell'esercito italiano, partecipò con onore all'avventura coloniale in
Africa orientale.
Rientrato in Italia, rimase per un certo
periodo come attendente al servizio del suo capitano, il principe Raniero
de Vera d'Aragona. Lasciata Napoli per contrasti col suo datore di lavoro
(al quale e alla cui moglie rimase sempre un pò affezionato, tanto da
scrivere loro poi anche dal carcere ginevrino), approdò a Losanna nella
primavera del 1898 e qui, frequentando gruppi anarchici, sviluppò sempre
di più il suo odio verso i grandi della Terra. Pare che, oltre le palesi
ingiustizie sociali dell'epoca, a questo odio non fosse estranea la sua
condizione di trovatello.
Il suo motto era "Chi non lavora
non mangia". E se sulla Terra potesse esistere giustizia, non si potrebbe
dargli torto... E' quasi certo che la decisione di Lucheni di uccidere un
grande della Terra (Umberto I sarebbe forse stato il preferito, ma era per
lui irraggiungibile) sia stata del tutto individuale. Sicuramente la
scelta della vittima non fu dettata da comunanza con l'irredentismo
trentino o triestino e neppure con certo atavico odio italiano verso
l'Austria, tanto che Elisabetta fu un ripiego dell'ultima ora. La vittima
designata era il duca d'Orleans, pretendente al trono di Francia, che in
quei giorni avrebbe dovuto trovarsi a Ginevra.
La pochezza
dei mezzi a disposizione di Lucheni e l'individualità del suo atto sono
dimostrate anche dall'arma del delitto: una lesina da lui dotata di manico
di legno. Un'arma da fuoco gli avrebbe ovviamente facilitato la sua
"missione", tanto più che un personaggio come quello a cui lui mirava
sarebbe certamente stato munito di scorta.
Mancando a Ginevra il
duca d'Orleans e saputo dai giornali che vi era invece Elisabetta (in
incognito!), la "missione" di Lucheni fu resa infinitamente più facile
dalla personalità della vittima di ripiego, che proprio quel giorno non
aveva scorta armata (malgrado gli ammonimenti del marito). Colpire una
donna di quasi sessant'anni, malata nel corpo e nello spirito e le cui
uniche armi di difesa erano un parasole e un ventaglio, fu facilissimo per
Lucheni verso le 13,30 del 10 settembre 1898. Paradossalmente, Lucheni
fece un favore a Elisabetta, perché le diede quel genere di morte a cui
lei ormai anelava: improvvisa, senza soffrire, lontano dai suoi cari per
non angosciarli e al cospetto della natura che lei tanto
amava.
La lama di Lucheni permise a Elisabetta di "volar via
da questo mondo come un uccello, come un filo di fumo" per dirla con le
sue stesse parole. E ancor più paradossalmente, Elisabetta avrebbe
perdonato Lucheni, come dicono anche il suo primo biografo, il conte
austriaco Egon Corti, e la regina Elisabetta di Romania, anch'essa (come
Sissi) poetessa. Sissi e Lucheni non avevano nulla in comune - a parte
quel tipo di nevrosi definito motomania -, ma senz'altro erano due anime
di fine secolo in gran pena. Lucheni fu condannato all'ergastolo dal
tribunale di Ginevra.
La sua richiesta di venir giudicato a
Lucerna, dove esisteva ancora la pena di morte, non fu accolta. Non mostrò
mai pentimento per il suo delitto e anzi al processo se ne vantò con toni
trionfalistici. Alla lettura della condanna, gridò "Viva l'anarchia! Morte
all'aristocrazia!". Fu in genere un condannato modello. Dopo la vampata di
notorietà seguita al delitto e al processo, ritornò nell'ombra e pochi si
ricordarono di lui quando nel 1910 pose fine ai suoi giorni.
Povera
Sissi, povero Lucheni! Lei é diventata per motivi non storici il
personaggio storico femminile più famoso al mondo e la sua personalità é
travisata oltre ogni limite nell'immaginario collettivo. Lui é
rimasto semplicemente un "anarchico italiano". Il suo gesto non é servito
a nulla e dopo di esso migliaia e migliaia di persone hanno continuato
bellamente (sotto ogni bandiera) a mangiare senza lavorare (o facendo
finta di farlo). Oltretutto, Elisabetta - pur avendo i mezzi per
farlo a bizzeffe - mangiava come un uccellino!
Per ulteriori informazioni storiche: http://www.geocities.com/bard842/indexia.html |
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Master: Luigi Cavalli | |